Recensioni

Vitaminic – Nur Al Habash

Comprendo davvero il significato di “instant classic” ogni volta che i Virginiana Miller danno alle stampe un nuovo album.
Capisco che un’apertura del genere puzzi da lontano di piaggeria, ma credo che per certe occasioni sia lecito tirare fuori tutta l’onestà che si ha, come il servizio buono delle feste, anche a rischio di passare per invasati.
E allora lasciatemi dire che il gruppo di Livorno ha (ancora una volta) fatto centro con un disco che lascia a braccia aperte e senza parole, capace nella sua lucidità di mescolare l’intimità alla metropoli, il disgusto senza fine dei tempi moderni alla consolazione di una bellezza senza età, la sfrontatezza volgare della gioventù alla voglia e al bisogno genuino di ricominciare daccapo. Per farlo, ci si affida alla luminosità del Primo lunedì del mondo, quinto album in studio e ultimo di una ventennale carriera che (ora possiamo dirlo), ha definitivamente lasciato un segno nella musica italiana. Perché è tuttora impossibile categorizzare i Virginiana Miller in un genere o paragonarli a qualcuno se non a loro stessi, perché raramente si riesce a cantare poesie di una bellezza disarmante facendole passare per innocue canzoni pop, conciliare una composizione ottima all’onestà di un suono mai sopra le righe, essere fuori moda e sinceri in maniera quasi imbarazzante e finire, non si sa come, per essere attraenti.
E allora guardate bene nelle pieghe di questo disco, nel suo sviscerare i drammi e le speranze con calembour da inchino, nel suo cantare parole d’amore così semplici da commuoversi e poi sentire i fiati crescere di passo all’emozione; lasciatelo divertirvi e guardatelo aprirsi di verso in verso, di ascolto in ascolto, ad eccitare come una pioggia di primavera tutte le radici che non sapevate di avere.

LostHighways – Roberta Pulce

[at’teza], il tempo che trascorre nell’attendere: tutto quel tempo fatto di voli, funambolici e non, di incontri, di mani, di parole, d’enigmi, desiderio, ipocondria. Tempo sociale ed astrale, beato/tormentato Tempo d’amore; Amore sangue, mare, sguardo, miseria, antidoto di tutti i poi, di grossa parte dei tuttavia. Che sia oggi, fosse domani, volesse essere primavera, Il primo Lunedì del mondo è Tempo, tutto il tempo trascorso fino a qui, quello necessario alle cure, all’emergenza, al capriccio migliore del fato, alla geometria dei sensi per tradurre in un solo attimo perfetto la tridimensionalità di tutto questo essere Umani, tanto dannatamente piccoli, nudi ed umani. Ad averlo qui, a restarne impigliati, a non poterci credere, Il primo lunedì del mondo è Amore, tutto l’amore che può r-esistere nel varco fra il credibile e il desiderato, fra l’essere e il poter esser qualcuno/qualcosa che salvi, che si salvi. Undici tracce, due più nove: un film d’autore di quel fare musica che è altro dal mestiere, che è necessità, poesia, pelle, talento, disincanto ed, infine, candore. Tornano, lo fanno dopo quasi quattro anni e già mentre scorrono i titoli di testa, mentre Frequent Flyer insinua la sensazione del piccolo capolavoro dai contorni refrattari alle regole, re-impari che i Virginiana Miller sono un segno, un odore, un livido che è privilegio, che nasce cicatrice, bellezza spogliata dai fronzoli, midollo di reazioni. Il primo lunedì del mondo  è oggi ed è allora, l’ennesimo passo in là lungo il parallelo di un voltarsi che è guardare avanti, chiudere una porta e uscire fuori, disossare il dicibile al peso del silenzio, dell’essenziale: sopravvivere, sopravviversi, scegliere, scegliersi. Canzoni con la propria storia cucita addosso, dai polmoni forti, con la schiena diritta, la fronte alta dei sopravvissuti, eroi nelle piccole cose (“Sono aspirina per il tuo mal di testa di questa mattina / Sono quello che resta / Vuoi farmi piangere? tanto dimentico, domani mi dimentico” , L’angelo necessario, in La prima cosa bella di Paolo Virzì, soundtrack),  reduci dalla trincea delle caramelle facili offerte a profusione da troppi sconosciuti, tutti amici, tutti capi, tutte regine. Siamo resti di un naufragio (Acque sicure) / Quel che rimane, rimane nel bianco degli occhi (Cruciverba). Troviamoci un posto, promettiamoci eternità, abbandoniamoci al lusso di mettere in vita la vita: la paura non è un limbo, è sassi e dita; giocarci è da stupidi, soccomberle è ipocrisia. Metto lenzuola davanti agli specchi se l’ultima cosa che hai detto è stata rifletti  (Cruciverba) / Senza tante parole, tutte queste parole,che non cambiano niente, che non legano il sangue (La carezza del Papa) / Le parole sono mani e le mie mani sono stanche (Lunedì). Raccontiamoci favole che siano migliori di noi, più semplici di noi, che amino meglio di quanto sappiamo fare noi; favole migliori delle scuse che ci usiamo, che risuonino come schiaffi nell’aria tiepida che ci tocca respirare. L’estate è davvero finita? Anche fosse, come non ci è dato sapere. Ma un’ipotesi del dove è scritta qui, a chiare lettere, dentro alla voce calda, enorme che scandisce ogni singola parola quasi fosse la sillaba di un sostantivo nuovo, scelto fra tanti per l’indolenza del suo restare in disparte nei discorsi fra saggi. Un quando lo suggeriscono le incursioni ritmiche, le verticali di tastiera e piano, la chitarra ora pizzicata ora percossa in urti, in code bulimiche d’aria, retrovia del migliore rock che ti capiti di ascoltare. Il perché ansima dalle melodie, vestite alla boutique dei velluti migliori, dove il raso lo si usa a ragion veduta, senza eccesso, a dire qualità, manifattura di pregio, gardenia all’occhiello; sbircia nel reinventare È la pioggia che Va (in Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli, soundtrack), regalandole un retrogusto di zolfo, plagiandola di nuova, inconsueta bellezza. Punto a capo. L’attesa è di certo finita: oggi niente sabbia in bocca, niente non c’è fine al peggio. Oggi è il primo lunedì del mondo, e possiamo stringere fra le mani un innegabile segno di amore sicuro.

Rockit – Marco Villa

Chi li conosce a fondo e – quindi – li segue con devozione non resterà deluso. In questo disco ci sono tutti gli elementi che hanno reso i Virginiana Miller una delle band più significative della musica italiana, forse IL gruppo di culto per eccellenza. C’è un suono ormai diventato classico, una voce espressiva e ci sono le parole. Perché i Virginiana Miller sono soprattutto parole. E non è un caso che questo termine ritorni più volte nel disco: parole che “non fanno più male” , che “pesano come sassi”, che “rivestono”  un corpo nuovo e che sono la punizione a cui si viene “appesi”.
Di canzone in canzone, atmosfere e stati d’animo mutano. Ciò che rimane costante è un’attenzione rivolta a storie private e piccole. Qui sta forse la maggiore differenza rispetto al disco precedente: in “Fuochi fatui d’artificio” il senso dei pezzi arrivava soprattutto dai riferimenti a fatti e personaggi storici (da Wilma Montesi a Enrico Mattei, dallo tsunami alla DDR), “Il primo lunedì del mondo” lavora invece in senso contrario. Si parte dall’individuo, l’allargamento poi deve compierlo l’ascoltatore, se ne ha voglia. È il caso di “Oggetto piccolo (a)”, che mette in fila l’ossessione fine a se stessa del giocatore di videopoker e la fissazione autoriferita di una ragazza anoressica. Entrambi condannati a vivere in funzione di qualcosa che uccide nel momento stesso in cui si inizia inseguirlo: l’oggetto del desiderio è piccolo e informe, bisogno mentale che non sa farsi realtà o che la realtà non riuscirà mai a soddisfare fino in fondo. Il corpo, del resto, è un altro dei concetti che ritorna con forza nelle tracce: da quello senza peso del “Frequent flyer” a quello sublimato dell'”Angelo necessario”, fino a quello esposto, smaterializzato e scomposto della ragazzina-Myspace de “L’inferno sono gli altri” (tra parentesi: partire da un social network e approdare a Sartre, passando per Nietzsche e la destrutturazione corporea. In una canzone pop cantabilissima).
A fronte di queste suggestioni pesanti, c’è il contrappeso di alcune risposte necessarie. La prima è il rifugio nell’amore e negli affetti (“La risposta”, appunto), la seconda è la volontà di superare la mediocrità del tempo presente (che ci si elevi o si vada a fondo, poco conta: l’importante è togliersi dal pantano delle “Acque sicure”), la terza è la più crudele e dolorosa e si presenta come rassegnazione. Rassegnazione di un “povero Cristo” privato di tutto, anche di una propria Passione personale o disillusione di chi fa un bilancio e scopre che questo si conclude con un segno meno. L’ultimo riferimento è a “La carezza del Papa”, che mette insieme righe drammatiche e potenti: “ora cerco una scusa non ho avuto i coglioni / non ho avuto né figli né gloria o potere soltanto canzoni / che non canta nessuno che non cambiano niente / che non legano il sangue spero tu mi perdoni”. Di nuovo, parole pesanti, che sembrano prendere a schiaffi le speranze di ripartenza totale espresse e auspicate nella title-track. Un finale che sa di disfatta e lascia quasi storditi per la nitida disillusione di cui è portatore. Per fortuna arriva la cover dei Rokes a spazzare via un po’ di nubi e a ridare speranza. Un rilancio necessario, che mette la parola fine a un lavoro denso come non mai, ricco di incastri e richiami interni. Un album capace di leggere il suo tempo con una lucidità che quasi spaventa.

L’Unità – Silvia Boschero

NerdsAttack – Maria Gloria Fontana

Chi li conosce a fondo e – quindi – li segue con devozione non resterà deluso. In questo disco ci sono tutti gli elementi che hanno reso i Virginiana Miller una delle band più significative della musica italiana, forse IL gruppo di culto per eccellenza. C’è un suono ormai diventato classico, una voce espressiva e ci sono le parole. Perché i Virginiana Miller sono soprattutto parole. E non è un caso che questo termine ritorni più volte nel disco: parole che “non fanno più male” , che “pesano come sassi”, che “rivestono”  un corpo nuovo e che sono la punizione a cui si viene “appesi”.
Di canzone in canzone, atmosfere e stati d’animo mutano. Ciò che rimane costante è un’attenzione rivolta a storie private e piccole. Qui sta forse la maggiore differenza rispetto al disco precedente: in “Fuochi fatui d’artificio” il senso dei pezzi arrivava soprattutto dai riferimenti a fatti e personaggi storici (da Wilma Montesi a Enrico Mattei, dallo tsunami alla DDR), “Il primo lunedì del mondo” lavora invece in senso contrario. Si parte dall’individuo, l’allargamento poi deve compierlo l’ascoltatore, se ne ha voglia. È il caso di “Oggetto piccolo (a)”, che mette in fila l’ossessione fine a se stessa del giocatore di videopoker e la fissazione autoriferita di una ragazza anoressica. Entrambi condannati a vivere in funzione di qualcosa che uccide nel momento stesso in cui si inizia inseguirlo: l’oggetto del desiderio è piccolo e informe, bisogno mentale che non sa farsi realtà o che la realtà non riuscirà mai a soddisfare fino in fondo. Il corpo, del resto, è un altro dei concetti che ritorna con forza nelle tracce: da quello senza peso del “Frequent flyer” a quello sublimato dell'”Angelo necessario”, fino a quello esposto, smaterializzato e scomposto della ragazzina-Myspace de “L’inferno sono gli altri” (tra parentesi: partire da un social network e approdare a Sartre, passando per Nietzsche e la destrutturazione corporea. In una canzone pop cantabilissima).
A fronte di queste suggestioni pesanti, c’è il contrappeso di alcune risposte necessarie. La prima è il rifugio nell’amore e negli affetti (“La risposta”, appunto), la seconda è la volontà di superare la mediocrità del tempo presente (che ci si elevi o si vada a fondo, poco conta: l’importante è togliersi dal pantano delle “Acque sicure”), la terza è la più crudele e dolorosa e si presenta come rassegnazione. Rassegnazione di un “povero Cristo” privato di tutto, anche di una propria Passione personale o disillusione di chi fa un bilancio e scopre che questo si conclude con un segno meno. L’ultimo riferimento è a “La carezza del Papa”, che mette insieme righe drammatiche e potenti: “ora cerco una scusa non ho avuto i coglioni / non ho avuto né figli né gloria o potere soltanto canzoni / che non canta nessuno che non cambiano niente / che non legano il sangue spero tu mi perdoni”. Di nuovo, parole pesanti, che sembrano prendere a schiaffi le speranze di ripartenza totale espresse e auspicate nella title-track. Un finale che sa di disfatta e lascia quasi storditi per la nitida disillusione di cui è portatore. Per fortuna arriva la cover dei Rokes a spazzare via un po’ di nubi e a ridare speranza. Un rilancio necessario, che mette la parola fine a un lavoro denso come non mai, ricco di incastri e richiami interni. Un album capace di leggere il suo tempo con una lucidità che quasi spaventa.
Attesissimi i livornesi Virginiana Miller tornano a Roma per presentare il nuovo album: ‘Il Primo Lunedì Del Mondo’ a distanza di quattro anni da ‘Fuochi Fatui d’Artificio’. Il Circolo è affollato e alle 21.30 puntuali la band sale sul palco. Ho “peccato”, anni or sono, scappai a metà di un loro concerto. Avrò modo di redimermi. Aprono con un brano in inglese dal sapore molto wave che dà l’incipit al nuovo lavoro: ‘Frequent Flyer’, poi segue: ‘Il Presidente’, pezzo scanzonato ma non troppo e piuttosto rock rispetto al loro repertorio. I Virginiana sono tautologici non assomigliano altro che a loro stessi. Il sound è decisamente coeso ed amalgamato, vigoroso rispetto al passato grazie alle chitarre piuttosto presenti. Simone Lenzi, voce e autore dei testi, scherza sulla presunta figaggine del nuovo chitarrista Matteo Pastorelli che sostituisce definitivamente Marco Casini. Forse anche lui ha contribuito alle piccole variazioni della band. La batteria di Valerio Griselli e il basso cupo e wave di Daniele Catalucci impreziosiscono, danno colore e forma in ‘Uri Gellar’. Simone Lenzi con la sua giacca scura e gli occhi persi chissà dove ha il volto segnato da un’intensità che marca e definisce la performance. Apre le braccia verso la platea, si dà al suo pubblico ed empaticamente un po’ si nutre di loro, di noi, e ci fa pensare ad un suo vecchio pezzo ‘Breve Apparizione di Un Vampiro’. Ma tant’è, gli si perdona tutto. Ha occhi che non dimentichi. E come Orson Welles, cui somiglia in maniera imbarazzante, nella profondità di campo costruiva capolavori, lui modula tutto nella profondità di voce, di liriche “leggere” eppure dolorosissime, nella profondità di quello sguardo. Sono pochi i gesti che compie ma tutti lo rappresentano. La sua nenia cantilenante è un vortice in cui ci si perde attratti da un desiderio cui non puoi sottrarti.
Prima di eseguire ‘Lunedì’ spiega che è un pezzo scritto in un particolare momento della sua vita e che forse è servito a lui e alla band come “terapia”. Tutto il disco e questo live segnano una rinascita. È la volta di: ‘L’Angelo Necessario’, altro brano nuovo, che fa tornare alla mente cinefila deviata di chi scrive il falso angelo biondo incarnato da Rita Hayworth ne “La Signora di Shangai”. ‘Il Pavone’ (così lo chiamano gli amici e i fans più accaniti) dice che è ispirata al suo “alter-ego femminile”: “quello che avrei voluto essere… una bellissima ragazza bionda”. ‘È  La Pioggia Che Va’, eppure  la malinconia non va via con la splendida esecuzione della cover dei Rokes. Poi a furor di popolo ‘La Verità Sul Tennis’. ‘Acque Sicure’ dal vivo è ancor più trascinante, ma le parole sono così pesanti da fare male davvero: “siamo resti di un naufragio […] apri gli occhi, resta a galla”, nonostante la solita “leggerezza melodica” che fa ballare i presenti. Chiudono la prima parte del concerto con la struggente: ‘La Carezza Del Papa’ e proprio mentre intona: ”canzoni che non canta nessuno”, immediata si fa sentire la reazione della platea che canta a squarciagola la sua presenza. Certe cose  fanno bene, nutrono l’anima e i Virginiana Miller lo sanno.
Il loro pubblico conosce già a memoria l’intero disco nuovo, anche se sarà in vendita solo a partire dal due aprile prossimo. Ho male ai piedi, i tacchi alti si fanno sentire, ma non riesco a staccarmi da quelle parole “che non legano il sangue”, da quelle melodie cadenzate. Si continua con: ‘Le Formiche’ e poi ‘La Vita Illusa’, uno dei brani più belli che siano mai stati scritti negli ultimi anni in Italia: “Ci sono giorni possibili, altri mondi immaginabili finché siete giovani”, ci ricorda Lenzi. Proseguono con la “lacaniana” ‘Piccolo Oggetto (a)’, e poi il ‘Voglio Te’ invocato nella sentita ‘La Risposta’. Per la prima volta, dopo diversi anni, non ricordo il pezzo finale con cui una band chiude un’esibizione. Per quanto concerne il report di questa serata mi viene in mente: “Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate. Insomma la musica che sta dietro le parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro questa passione: quindi tutto quanto non può essere scritto. Per questo lo scrivere ha così poca importanza”. Ecco, queste parole di Nietzsche incarnate da Bene rappresentano il limite delle mie parole nei confronti di ciò che ho visto e udito, ma si adattano perfettamente a Simone Lenzi e alla musica dei suoi Virginiana Miller. Per quanto riguarda la fine della serata, tornando a casa mi sento strana, nelle orecchie ho tanti refrain, tra cui quello ossessivo: “La tua statua della libertà, la tua ragazza triste[…] Puoi farmi piangere tanto dimentico…”. E invece no, dopo averli ascoltati ed amati non si dimentica proprio nulla. Effetto Virginiana.

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